Le poesie

 

In questo ricco mondo artistico-artigianale non posso fare a meno di ricordare con affetto e totale riconoscenza mio Padre Giorgio, uomo di profonda cultura umanistica e sensibilità poetica,  indimenticato e stimatissimo scrittore e testimone del passato nelle sue poesie e racconti di vita vissuta.

Per questo mi fa enormemente piacere inserire alcuni suoi “scritti”  e testimonianze della sua spiccata personalità… ricca di sani valori e caratterizzata da una profonda e illuminante saggezza (da lassù… ancora più in alto delle “sue” montagne).

“Quando muore un Poeta” (scritto da me nell’Agosto del 1998) è  un ricordo di un periodo così vivo e intenso emotivamente … appena dopo la sua scomparsa: una dedica a tutti i Poeti che ci hanno lasciato e,  in particolare, al mio indimenticato “Papà” .

Quando muore un Poeta

Quando muore un poeta, non muore un uomo qualunque.
Quando muore un poeta
il cielo si scolora, le nubi si addensano
e i raggi del sole fan fatica a trapassare
per asciugare le lacrime della terra in pianto.

Quando muore un poeta
un triste silenzio cala sui fiumi in piena,
che rallentano la loro corsa,
per gettarsi, muti, nel dolore del mare.

Quando muore un poeta
il verde delle foglie impallidisce
e il tremolio dei raggi, mossi dal vento, s’arresta,
come il cuore di colui che non li potrà più ascoltare.

Quando muore un poeta
si spegne il tramonto, sbiadendo i suoi colori
e la luce dell’alba appare con pudore
confondendo il suo bagliore
con l’oscurità della notte.
Come gli occhi di colui che non la potrà più vedere.

Ogni volta che muore un poeta
mi spengo un poco anch’io.
Ed è come se mi scivolasse la mano di un bambino,
che si abbandona fuggendo,
negandomi così la freschezza e la purezza della sua vita.
Solo il ricordo di quella voce,
potrà salvarmi, dal silenzio della mia solitudine.
(Renzo Gaioni 1998)

Le poesie di Giorgio Gaioni



Alba a Schilpario

Rintocchi assonnati dell’Ave Maria
nell’aria pungente.
Attorno
l’antico silenzio
e odore di pane appena sfornato.
Seduto
sul muro del piccol sagrato
un candido vecchio
immenso nel ciel mattinale
attende paziente che suoni la messa.
(1959)


Capodilago

Piccol paese crepuscolare
lambito dall’acque tranquille
del lago rotondo.
A notte tu vedi sul fondo
una casa, una culla.
Un pianto sommesso di bimbo
galleggia sull’onde.
(1958)


Coprifuoco

Pacifico villaggio di montagna
con le finestre accese a prima sera
e per le strade il parlottar vivace
che si disperde prestamente attorno
dolce preludio alla notturna quiete.
Ora non più. Nelle deserte strade
regnava sepolcrale il coprifuoco
e già con l’ombre dell’acerba notte
calava col silenzio la paura.
Di tanto in tanto con cadenza grave
guardinga transitava la pattuglia.
I bimbi ignari già dormivan fondo
sognando forse crepitìi di spari
quasi innocenti fuochi d’artificio.
Le donne bisbigliavano il rosario
a tratti trasalendo ad un rumore.
I vecchi pisolavan pigramente
di tanto in tanto replicando all’Ave.
Finché la notte maturava tutta
scandendo solo il battito dell’ore.
(1977)


La dimora dei morti

I morti li porti nel cuore
si muovon lì dentro di te
con passi di muschio
perché tu non soffra di troppo.
Se ascolti ne senti il respiro
che sfiora i tuoi mesti pensieri.
A notte talvolta
dischiusi i sacrali del cuore
s’assidono a mena con noi,
ma all’alba rientran furtivi
lasciando la porta socchiusa
perché tu non soffra di troppo.
Se ascolti ne senti il respiro
che sfiora i tuoi mesti pensieri.
(1963)


L’incanto del sogno

L’incanto del sogno
è fragile vetro,
più tenue del vetro
che fiato d’artista
modella nell’estro di forme sinuose.
Ma tu non lo sai!
Tu con morbide mani,
con dita sottili d’eburno,
tu, come stolto fanciullo,
distruggi l’incanto del sogno.
Il vetro ti strugge le dita.
Allor come bimbo
che mira il trastullo
per sempre perduto
contempli stupita
l’incanto del sogno
per sempre distrutto.
Il vetro ti strugge
le dita sottili d’eburno.
(1959)


Muschio

Profumo sottile
di muschio
tra l’ombre dei pini
nel piccol presepe di casa
sui ceppi stridenti del fuoco
cui mani protendonsi scarne
di vecchio o paffute di bimbo.
Profumo sottile
di muschio
nel morbido nido
che l’unghia rapace del gheppio
talvolta ghermisce.
Profumo di muschio,
canzoni di vecchie fontane
notturni concerti di grilli
risate argentine nel bosco.
Profumo di muschio,
della mia casa lontana.
(1952)


Notturno estivo

Boario
sirena festosa di luci
notturno di strade affollate,
di alberghi irreali.
Un valzer di Strauss
e stelle cadenti
infinite
stelle d’agosto
chimere lucenti
stillate dal limpido cielo.
La cima d’un pino
accarezza la luna.
Boario
colloqui di polle
sorgenti di vita.
La mano felice d’un dio
cavò l’onda
dal fianco del monte?
I chioschi fioriti
son templi votivi
nell’ombre del parco.
Boario
canzoni d’estate che fugge,
una morbida voce
di ninfa suadente
che canta un amore perduto.
Un tango argentino
un violino
che ride scherzoso…
E fuori la brezza notturna
ha fatto le strade deserte.
(1954)


Passeggiata notturna

Il vento discende con rapidi balzi
la sera
dai picchi più alti dei monti,
folleggia coi rami reclini
dei pini.
Passeggia scherzoso sui fiori dei prati,
s’affaccia un istante
sui vecchi camini del borgo.
I bimbi 1’ascoltan tacendo.
Alfine risale fischiando
tra torri argentate.
Poi tace, assonnato,
da bocche infinite ingoiato.
(1956)


Ricordi,  Renzo?

Ricordi,  Renzo? Nell’intero giorno
una cesena sola al paretaio
era caduta. E sibilava il vento.
Il cielo errava cupo e minaccioso.
A notte il vento si chiamò bufera
la nostra baita un’isola di sogno.
Ardeva senza posa il faggio antico
nel gran camino e il candido arciprete
a fioco lume bisbigliava i salmi.
La pipa spenta tra le maschie labbra
il vecchio cacciator di San Vigilio
beatamente dondolava il capo
sognando forse stormi di cesene
pronte a calarsi a magico richiamo.
Fratello caro, ti ricordi ancora?
Due bimbi chini sullo stesso foglio
vedeano Aztechi in vortice di danza
navi fantasma sull’oceano verde
terre lontane piene di mistero.
E fuori il vento sibilava iroso
il cielo errava cupo e minaccioso…
Ora tu sei nell’Isola beata
del sogno senza fine e posi il capo
su nuvole di perla. (Oh, quanto breve
il tuo cammin terreno, Renzo mio!).
Il ciel su me talvolta è tenebroso,
ma il tuo sorriso forte e luminoso
l’accende tutto e pace mi ridona.
(1959)


Smog

Come sudario che cancella il cielo
immota sta la nebbia di gennaio.
Le piante son fantasmi allucinanti.
Passa un uccello intirizzito
solingo come un’ombra.
Lungo le strade sfilan lentamente
coi fanali accesi
moderne processioni in miserere.
(1967)

Alla serenissima

Sei sogno agli occhi miei
Venezia dolce, figlia alla Laguna,
silente nei trofei su cui poter non ha tempesta alcuna
del Tempo.
Un dì remoto
non visto un dio ti consacrò regina
del Bello, cui la mente mia s’inchina
nell’oblìo di tutto.
Il sol su te non pianga mai declino
né suoni mai a lutto
San Marco, altar divino
di tua grandezza
sull’acque che cullaron fiere il mio Poeta
che cantò i Sepolcri incliti
dei Grandi
e quel Britanno che sul ponte
fatal te vide sorger come incanto,
ridente ninfa cui nessun resiste.
(1949)


Casa antica

Certo la mia casa antica
in cima alla collina
non era un grattacielo
la vecchia casa al Magatì
col tetto birichino
rivolto un po’ all’insù.
Piccola casa senza pretese
coi vasi di geranio alle finestre
e rose e fior di pesco e rampicanti.
Piccola casa
ma col sole dentro.
Quando d’estate il sole
ci era stato amico
sorgevano i covoni
di odoroso fieno
sul prato di recente raso,
tanti covoni
tutti schierati
come soldati
pronti all’attacco
umili altari
della terra al cielo.
E noi ragazzi a sera
(c’eravamo tutti, allora!)
mille battaglie vincevamo
sotto la luna
e corse a perdifiato
sul prato di recente raso.
E gridi e canti
e frulli di silenzio
voci gloriose della sacra notte.
Mentre dal cielo in festa
stillava dolcemente la rugiada
e tutto attorno i grilli
trillavan senza fine
voci sorelle dell’incanto antico.


Dicembre

Che gelida sera! Che vento!
La valle è scomparsa
bevuta dal buio.
Il vento schiaffeggia ogni cosa
con secco rumor di bufera.
Il nevischio si scaglia rabbioso
sui vetri di casa.
Lontana
la stanca campana dell’Ave Maria
saluta la notte che viene.
(1954)


Lamento notturno

Il sonno fondo ritardava a lungo
lassù sulla montagna quella sera
e duro più che mai sembrava il fieno.
Guizzavano visioni in dormiveglia
intermittenti come i lampi estivi,
sicché d’un tratto insofferente al tutto
balzai dal letto e fuor dalla cascina.
Accadde molto molto tempo fa…
La notte di stupore era vestita
e col suo manto gli alberi abbracciava
laggiù nella vallata solitaria.
Ma la calura ancor non s’era spenta
e il mio pensier vagava un po’ smarrito
quando un lamento repentinamente
qual gemito di spirito punito
in preda a gran dolore
s’alzò dalla foresta
come da secoli sepolti.
lo tutto trasalii.
Un frullo d’ali mi rispose ratto
che si disperse giù nel bosco vano:
un gemito più lieve
mi giunse da lontano.
(1980)


Madre e figlia

Le incontri spesso sottobraccio
con l’aria trasognata per la via,
entrambi un po’ crepuscolari,
linde figure d’un gentile mondo
che lentamente tra le quinte spare.
Son madre e figlia, e non sapresti dire
qual delle due sia più bambina,
e per la voce querula di fonte
e per quell’aria lieve e sbarazzina
che dai loro volti si diffonde attorno.
A volte l’una si sofferma un poco
a rimirar qualche vetrina
e l’altra docile s’inchina
acconsentendo a questo, a quello.
Aleggia in volto alla vecchietta
il riso ingenuo di lontani giorni
che alla ragazza illumina le gote,
mentre il gorgheggio delle gaie note
si spande per la via soavemente
come il profumo delle rose a maggio.
(1960)


Neve

Candida lana
filata dal cielo
da mani non viste.
(1955)


Novembre

Ormai la nebbia amara di novembre
a mesti pensier l’animo inclina
e un vel di pianto stende ai camposanti.
Il vento parla tra le mute croci
un vago soliloquio di misteri
e nella valle a sera un mesto tocco
invita i vivi a conversar coi morti.
Intanto un tremolio di lumi muove
cantando il De Profundis verso
il regno dei silenzi lagrimati.
(1950)


Perché

Perché talvolta
angoscia senile
m’assale insidiosa?
Non so! Mi tortura
come la notte
del vagabondo
senza una meta
né raggio di luce
immortale.
E vedo me stesso
qual ombra vagante
ignota e ben nota
in cerca d’ignoto
confusa alla nebbia.
Un brancolar di cieco.
Ma dunque, che sono?
Che sono?
Nessuno
risponde.
Nessuno.
(1945)


Sci

Volare sugli sci
dimenticarsi
nella folle corsa
sentirsi neve e vento
nell’infinito.
(1955)


Tramonto sul lago

Il vento carezza una vela
lontana
che lenta va e va
sulla strada dorata del sole
chi sa verso dove.
(1959)

Amore vivo

Hai sulle labbra austere
il gelo della castità
ma nei tuoi occhi abissi sconfinati
che mi dischiudon lontananze ignote
ho riscoperto il cielo
vertigine d’amore.
(1951)


C’è una radura

C’è una radura in cima alla collina
dove ogni sera quando muore il sole
si dan convegno i geni solitari
dei campi incolti e dei deserti boschi
dei prati e delle baite diroccate
che l’esodo campestre ha reso mute.
Ormai soltanto i vecchi aman la terra!
Salgono a frotte dalle lor dimore
i buoni geni della pia Natura
come i credenti al tocco della sera
s’avviavan lesti verso il santuario
quando la Fede lievitava il cuore.
Si dan convegno i geni solitari
sulla radura in cima alla collina
come in un tempio freddo e sconsacrato.
Taci! Un bisbiglio di malinconia
s’alza e s’espande tra 1’annose fronde
dei roveri dei tassi e dei ginepri.
Un sospirare di neglette cose
umili voci d’un perduto regno.
(1961)


Due donne e un uomo

L’uomo badava ai campi
curava la stalla
sempre fornita di vitelli nuovi.
Di buon mattin spiando alla finestra
il sol trovava sempre un letto vuoto.
E l’uomo a sera coricavan l’ombre.
C’eran con lui due donne
fide vestali della casa antica
che vide un tempo stuoli di fanciulli.
I vecchi sono a riposare
Là presso il campo. Ma in un altro Campo!
Gli altri, ormai non più fanciulli,
sono migrati in altre, in altre case.
Non stalle con muggenti bovi
non più ridenti logge
con pannocchie al sole
ma sol la ciminiera
caliginosa.
Sono migrati…
C’eran con lui due donne.
Due donne e un uomo
vigili scolte del sapore antico.
(1957)


Le tue parole

Le tue parole
son fatte di terra
che il vento disperde
giocando con l’acque del fiume.
Anche il tuo cuore irrequieto
è fatto di terra
di terra cocente
ma dice parole
che il vento fremente
solleva danzando
tra nubi di perla.
(1959)


Maggio

La prima rugiada
stanotte è caduta
sui peschi in fiore.
(1958)

Marciapiede

Passeggia flessuosa
fermandosi a tratti
con aria d’attesa.
E’ già mezzanotte suonata.
S’indugia annoiata
sull’angol del corso deserto.
Col gomito sfiora un passante.
Un altro passante:
un bisbiglio
un istante.
Un vicolo nero
inghiotte i suoi passi ritmati.
La preda esitante
la segue da presso.
(1957)


Notti bianche

Stanotte forse taceranno i grilli
e gli usignoli. E’ notte fonda,
la dolce notte che seduce il sonno.
Persin le stelle sembran più lontane
e nella cuccia s’è quietato il cane.
Ma sul solaio il vecchio gatto bianco
scava miniere nel carbone nero
che a tratti frana sull’incaute zampe
con rumor secco di morene in marcia.
Un balzo, un tonfo, un miagolìo stizzoso.
Poi v’è silenzio per un breve istante
sol per donarti l’illusione dolce
di lunghi sonni, ché il furfante odioso
riprende tosto a carezzare i grani,
a snocciolarli, a rotolarli attorno
con balzi e tonfi e frulli di silenzio…
Ma il giorno appresso me lo trovo innanzi
morbido e lindo come un bimbo a festa,
pronto a frusciare con festose fusa
mentre mi guarda con stupore ignaro.
E poi, che faccia tosta!, il fariseo
s’accoscia pigramente sul divano.
(1959)


Ofelia

Le morbide chiome del salice
cullano Ofelia sognante.
La molle figura
riflessa nell’onda invitante
(i gigli dell’acqua la rompono a tratti)
Ofelia sussurra una nenia
d’amore.
Le chiome fluenti
carezzano i gigli dell’acque.
Pietose le chiome piangenti
del salice
adagiano Ofelia sognante
sull’ombra vestita di bianco.
Un serto di rose e di gigli
galleggia sull’onde.
(1958)


Perfetta Letizia

Fendevan le zolle
cantando perfetta letizia.
Lodavano Iddio
nei boschi e nell’erme brughiere
succhiando l’amare radici.
Erravan per borghi e campagne
narrando perfetta letizia.
E quando giungeva la Sera
chiudevano gli occhi sereni
sognando perfetta letizia.
(1958)


Sera in Vareno

Sazie le mandrie dagli alpestri paschi
tornano al chiuso con lor passo greve,
monotono concerto di campani.
Ed ogni tanto un grido di vaccari,
ed ogni tanto un abbaiar di cani.
Fuman le baite. E’ sera. Ormai fa tardi.
Lasciano i bimbi gli innocenti svaghi
e tornan lesti al casolare.
E dalle selve tacita su tutto
scende la notte con respir leggero.
(1957)


Vecchio cacciatore

Il vecchio cacciatore
dalla folta barba
d’antico patriarca
dai bianchi e lunghi baffi
di burbero monarca
passa ogni dì tra i boschi
della sua vallata
tra l’ombre fresche e scure
e l’aliti leggeri
dei pini e dei ginepri
dei faggi e degli ontani
degli aceri e dei tassi.
Gli zoccoli di tiglio
risuonan cadenzati
lungo il sentier tra i sassi.
E va tra i boschi
il vecchio cacciatore
della Valdiscalve
tra i boschi amici
della giovinezza
che udiron ansiti e silenzi
e colpi di fucile
e molli tonfi
su muschi di smeraldo.
Gli zoccoli di tiglio
risuonano più radi
lungo il sentier tra i sassi.
Il vecchio solitario
ascolta trasognato
una canzone antica e fresca
che fruscia tra le fronde
dei faggi e degli abeti
dei pini e dei ginepri
degli aceri e dei tassi
finché gli zoccoli di tiglio
si perdono per sempre
lungo il sentier tra i sassi.

Bianca montagna

Montagna vestita di neve,
più bella di bianco ermellino,
di bimbo dormente, sul volto
fugace stupor di visioni
che il sogno dipinge con l’ali.
Sei mondo che sa di presepe.
Bianca montagna silente
che vinci il sereno dei cieli,
se il vento si tace placato
agli spirti che dormono in te
per eccesso d’amore
il sonno è più lieve.
O candida neve,
discendi a lambire le gronde
dell’umili case montane!
Raccontaci ancora la fiaba
dei fiocchi incantati.
Raccontaci, vergine neve!
(1957)


Con me rimani, Amore!

Ti prego, amore mio, con me rimani!
La neve a passi silenziosi cala
su questo cuor che il verno alla tristezza
esistenzial risveglia e al dubbio fosco.
Le labbra tue sul gelo mio riposa.
II fuoco tuo mi dona sfolgorante
il cielo dei tuoi occhi inebrianti
il morbido calor della tua gota
gli accenti tuoi soavi e lenitori
dei lugubri pensier mortificanti.
Ravviva i sogni miei! Un dì verrà
che in grave privazion trascineremo
i giorni nostri e su nel ciel le stelle
per noi scintilleranno inutilmente
e il vento solo voci di sconforto
ci recherà… E allor con me rimani,
amore! Avanti che il vernale gelo
soggioghi alla catena il nostro cuore.
Rimani! Avanti che le braci ardenti
s’estinguan sotto l’ali della Sera.
(1980)


Gli ingenui

L’Amore lo sogni a vent’anni
lo illumini dentro di te
l’accarezzi vagando incantato
per boschi e per strade
gli dài un volto ch’è tuo
spiando ogni volto di donna
con ansia d’ingenuo bambino.
Ma il cuore (perché abbiamo un cuore?)
ti gioca gli scherzi crudeli
che mozzano il fiato.
E greve ti opprime la sera
quando è soltanto mattino.
E’ fatto di creta, l’Amore!
Se un tratto si spegne la luce
un idolo informe rimane
che fissa con orbite vuote.
(1959)


L’incanto del sogno

L’incanto del sogno
è fragile vetro,
più tenue del vetro
che fiato d’artista
modella nell’estro di forme sinuose.
Ma tu non lo sai!
Tu con morbide mani,
con dita sottili d’eburno,
tu, come stolto fanciullo,
distruggi l’incanto del sogno.
Il vetro ti strugge le dita.
Allor come bimbo
che mira il trastullo
per sempre perduto
contempli stupita
l’incanto del sogno
per sempre distrutto.
Il vetro ti strugge
le dita sottili d’eburno.
(1959)


Mi sono chianato umilmente

Mi sono chinato umilmente
fino a sfiorare i tuoi passi
leggeri di donna
i miei passi facendo più brevi.
Volevo donarti l’orgoglio
d’avermi rialzato
su su fino a te
con mano sottile di donna,
d’avermi insegnato
dei passi tuoi lievi
la musica nota.
Tu, cieca di vani pensieri,
tu, vuota d’intuiti d’amore,
m’hai quasi deriso…
Allora mi sono rialzato.
E ritto cammino. Da solo.
E ascolto la voce del vento.
Ma il vento crudele sovente
mi porta una morbida voce
che culla i miei sogni di vetro.
(1959)


Notturna melodia

C’è un usignolo che alle tre di notte
mi ruba il sonno col suo dolce canto:
profumo inebriante da nascosto fiore
le note gocciolan con ritmo cristallino
in un eterno ricominciamento.
Tremulo lume nella notte buia
solista innamorato del silenzio
e solo pago d’ascoltar se stesso
rapito canta senza mutamento
le stesse strofe sino all’alba e prima
che il ripudiar del sole esploda tutto
il dolce incanto lentamente ha fine.
(1952)


Padre e figlio

Van verso casa, avanti il babbo
a passi lunghi, e dietro a lui
gioiosamente il figlio trotterella.
La strada è faticosa
e senza posa
il babbo va.
Ma il bimbo ansante
arresta un tratto la sua corsa
un solo istante
a prender fiato.
Si volge l’uomo, nel fuggente sguardo
un amoroso invito…
Or vanno insieme
la mano paffutella e la callosa.
Il sole infuria, ma la strada
è meno faticosa.
E vanno vanno senza fine
il bimbo e l’uomo. colpe in una fiaba.
(1951)


Quasi ogni sera

Quasi ogni sera il babbo
s’appisolava un poco
ravvolto nel tepore del fienaio
mentre la mamma rattoppava i panni
a lume di lucerna.
Noi facevamo i compiti di scuola,
ma sottovoce, per non risvegliarlo.
S’appisolava solo un poco, il babbo,
e la lancetta già segnava il venti.
Poi mamma dolcemente lo svegliava:
– E’ l’ora, sai, è l’ora che tu vada… –
E lui s’alzava madido di sonno,
povero babbo, ma non s’indugiava,
prendeva un lume e il tascapane
ci dava il buon riposo e se n’andava.
Tosto la notte ne inghiottiva i passi
lungo il sentiero verso la turbina.
(1962)


Silenzi d’amore

Guardarsi negli occhi
donarsi con gli occhi
ché gli occhi san dire
parole che labbro non sa
che il cuore soltanto
comprendere sa,
parole che il vento
non può sussurrare
indiscreto:
il vento non sa conservare
un segreto!
Guardarsi negli occhi,
così, senza dire
parole ch’è inutile dire.
(1959)